Tessitura

Descrizione

Tessitura 21 - Telaio 4 (Enzo Galluccio)

I Penelope greca an tin Calavrìa / La Penelope grecocalabra

L’artigianato calabrese ha rappresentato in passato un aspetto di primaria importanza nell’economia dei paesi grecocalabri. Esso è legato, in tutte le sue espressioni, a tradizioni culturali molto antiche e sviluppa pertanto una produzione densa di contenuti spirituali e culturali.

I manufatti tessili ne sono un alto esempio, e sottendono a un’arte anch’essa come le altre carica di valenze simboliche e luogo ideale di condivisione e socializzazione dell’universo femminile, del quale costituisce uno dei più affascinanti archetipi già a partire dal mondo greco classico, che siglava con fuso e conocchia le rappresentazioni del femminile, dalle sovrane dell’Olimpo alla regina di Itaca. La stessa Penelope, sia pure nelle aporie interpretative di cui sarà investita, è infatti seduta al telaio che diventa nell’Odissea il simbolo della fedeltà, della determinazione nel silenzio, della sospensione nel confine dell’attesa, caratteri fondanti della donna ellenofona, regina del focolare domestico. È una donna che si muove fin dall’alba nei campi, o alla fiumara per fare il bucato; seduta, quando attende al telaio.

L’abilità nella tessitura era una delle virtù in base alle quali l’uomo si innamorava di una ragazza e la sceglieva come sposa.

Il telaio era di fatto un oggetto immancabile nella dote, e spesso l’artigiano che lo costruiva era lo stesso fidanzato, che lo donava alla futura sposa; così come il corredo di biancheria da letto e da tavola era rigorosamente realizzato al telaio da madre e figlia, impegnate ad esibire la propria abilità di tessitrici. Al telaio era riservato in ogni casa uno spazio, un’intera stanza nelle residenze signorili, un angolo della stanza da letto nelle dimore più modeste.

L’artigianato tessile/ To fènima me ta chèria

L’arte della tessitura in Calabria è antichissima e nonostante il notevole ridimensionamento, economico e geografico, del suo ambito, rimangono attivi alcuni centri d’eccellenza in cui si riproducono pregiati manufatti in seta, lana, lino e canapa, secondo i più antichi dettami della tradizione.

La seta/To metàsci

Il fiore all’occhiello dell’industria tessile reggina fu, a partire dalla dominazione normanno-sveva, la lavorazione della seta, introdotta dai bizantini tra il secolo IX e l’XI e da qui diffusa nel resto d’Italia. Il porto di Reggio in occasione della fiera annuale, istituita con Editto da Federico II, accoglieva mercanti da ogni dove, Venezia, Spagna, Francia, Inghilterra, Fiandre. Tra il XIII e il XVI secolo, grazie anche alle franchigie e ai privilegi di cui godeva per volontà di Carlo V, l’industria serica reggina confezionava manufatti esportati in tutta Europa, per raggiungere il massimo sviluppo commerciale nel secolo XVII. L’arte si avvia al declino già a causa della pressione fiscale d’età spagnola, cui si aggiunge nella seconda metà del XVIII l’ulteriore restringimento legato all’istituzione della Cassa Sacra, voluta da Federico IV di Borbone quale rimedio ai disastri provocati dal terremoto del 1783.

Delle sette sedi delle Fiere Generali del Regno di Napoli disposte da Federico II, le prime in Calabria, come indicato dall’Editto, furono Reggio e Cosenza; successivamente, tra XV e XVI secolo, si distinse Catanzaro. Nell’area reggina, rinomate per l’elevata qualità della produzione serica erano le filande di Villa San Giovanni, dove esisteva anche una scuola regia per la manifattura della seta, istituita nella seconda metà del secolo XVIII.

Nell’area ellenofona gli anziani ricordano ancora che almeno fino alla seconda metà dell’800 ogni famiglia coltivava il baco. Lo stesso Edward Lear nel 1847 ne avvertiva il singolare odore giungendo nel “palazzo dei bozzoli” a Staiti, dove i bachi da seta erano “la vita e l’aria, il fine e la materia”[i] dell’intero villaggio.

[i] Edward Lear, Diario di un viaggio a piedi, Franco Pancallo Editore, Locri 2002, p. 58-59.

La ginestra/To spàrto

Il territorio ellenofono del versante jonico reggino si distingue da sempre per la tessitura della ginestra, tanto che in passato se ne avviò la piantagione industriale sui piani di Bova. La produzione dell’artigianato tessile è a tutt’oggi fiorente nell’area aspromontana in prossimità della Locride, in particolare sul territorio intorno a Bianco, ma è possibile ammirare i manufatti realizzati secondo l’antica arte della tessitura al telaio in tutti i centri delle vallate dell’area. In essi vivono ancora anziane tessitrici, depositarie di un’arte che si tramanda di generazione in generazione.

L’arte della tessitura artigianale riproduce un ciclo completo. Ha inizio con la raccolta delle piante, procede con la lavorazione delle fibre vegetali, si conclude con il confezionamento dei manufatti.

La matrice cristiana è presente sia nella ritualità che accompagna il lavoro nella fase della tessitura, che nei simboli delle decorazioni dei manufatti, nella cui ispirazione è robusto l’influsso della civiltà bizantina. La croce greca vi è presente quasi sempre, anche quando intrecciata ad altri simboli – talora mutuati da facies d’età pre-cristiana – o non esplicita ma ugualmente tracciabile all’interno di alcune forme geometriche.

La ginestra è un arbusto fiorifero perenne, che cresce spontaneamente nelle aree incolte. La pianta utile alla tessitura non va raccolta oltre gli 800 metri di altitudine, dove è presente la ginestra “carbonara”. Tra maggio e giugno l’esuberante fioritura di questa pianta rallegra di un giallo intenso le vallate, profumando pendii e pianori. Ma la saggezza antica induce a procedere alla raccolta tra luglio e agosto, quando la pianta veste una più robusta fase di maturazione, ideale a resistere agli “attacchi” cui la sapiente mano femminile dovrà sottoporla.

La raccolta della ginestra è un’attività abbastanza faticosa, soprattutto ove essa sia abbarbicata ai fianchi scoscesi dei dirupi, nel qual caso è necessario compiere delle vere acrobazie per procedere alla recisione dei fusti. Alcune anziane raccontano che per raggiungere i cespugli era necessario a volte sdraiarsi e rimanere sospese a mezzo busto, in bilico sull’orlo delle rocce, con le braccia protese fino a raggiungere gli steli da recidere con l’apposita “runca”. Il momento della raccolta, quindi, è condiviso dall’intera famiglia, giovani e meno giovani, uomini e donne, nel clima di quella coesione familiare tipica di un’economia autarchica e sorretta da una forte matrice cristiana.

La raccolta della ginestra e la tessitura al telaio

Dialogo con una signora che parla della ginestra e della sua lavorazione.

D: Buongiorno signora. Vorremmo domandarvi alcune cose sulla ginestra. Come veniva raccolta? Quando andavate voi a raccoglierla, al mattino?

R: Quando andavamo nelle zone di maggiore altitudine, partivamo con il buio, prima dell’alba, perché c’era da camminare molto fino a raggiungere tutti i luoghi in mezzo alle montagne. Spesso c’era da arrampicarsi lassù vicino ai burroni. Perciò partivamo intorno alle quattro, anche prima.

D: E stavate fuori di casa tutto il giorno?

R: Sì, rientravamo a casa alla sera, perché la raccolta della ginestra richiede molto lavoro.

D: E cosa facevate?

R: Prima, andavamo in mezzo ai cespugli di ginestra a recidere le cime con la roncola, e dopo queste cime, divise in fascetti e appoggiate sulla testa, le mettevamo in una cesta o in un lenzuolo, chiuse, e le portavamo vicino alla fiumara. Chi aveva l’asino le caricava sul suo dorso; altrimenti, gli uomini le portavano sulle spalle, le donne sulla testa. Al mattino successivo, tornavamo noi sole donne, con figlie, sorelle e nipoti, laggiù alla fiumara, e in una caldaia di rame messa sul fuoco, mettevamo a bollire i fascetti di ginestra con acqua e un poco di cenere che era utile a intenerire quelle parti troppo dure. Questi fascetti dovevano essere capovolti spesso per favorirne la cottura omogenea. Quando cambiava colore, la ginestra era pronta per essere tolta via dalla caldaia e così facevamo una grande buca nel greto del fiume e la mettevamo lì dentro, con alcune pietre sopra per fare in modo che l’acqua scorrendo non la trascinasse con sé. Doveva stare nell’acqua finché la corteccia non fosse stata matura per essere lavorata. Passavano otto giorni.

Quindi la tiravamo via dall’acqua e, inginocchiate, la strofinavamo energicamente sulla sabbia, fino a sfilacciarla tutta; poi la ricomponevamo di nuovo in mazzetti e rimettevamo questi fascetti nell’acqua per lavarli e poi nuovamente al sole perché si asciugassero. Poi li prendevamo e li sbattevamo sopra una rupe percuotendoli con una grossa pietra o con una mazza di legno per toglier loro via le ultime scorie, e così la ginestra diventava una poltiglia con la quale, con le mani, si preparavano poi i cascami, da mettere anch’essi al sole.

Allora si iniziava a cardare la ginestra. Il “pettine” era realizzato con una tavola di legno e chiodi, e veniva fissato ad una sedia perché non si muovesse durante la filatura. La ginestra cardata, veniva divisa in due parti: con quella più sottile, raffinata, si realizzavano i più bei capi e la migliore biancheria da corredo; con la fibra più grossolana, meno pregiata, più grossa e ruvida si facevano le stoppe, che venivano utilizzate per confezionare le coperte pesanti, coltri da mettere per terra anche per mangiare in campagna, le “pezzare”, stuoie per il pavimento, ed infine anche le bisacce dei pastori.

Il filato veniva poi raccolto in matasse, anch’esse messe in acqua, insaponate e sciacquate nella fiumara, quindi di nuovo nella caldaia di rame a bollire con la cenere finchè la fibra non risulta del tutto sbiancata. La fibra bianca si utilizzava per confezionare la biancheria da letto; per gli altri manufatti, si procederà a tingerla.

Anche il necessario per tingere i filati si prendeva dalle montagne, dalle vallate, dai campi. Ora vi dico come si faceva. In una pentola mettevamo a bollire nell’acqua le erbe e le cortecce d’albero, per diverse ore: la corteccia di melograno per il giallo paglierino; l’antica erba datisca, o euforbia, che somiglia alla canapa gialla, per il giallo oro; la corteccia di quercia o di castagno, del noce, dell’ontano, per il marrone nelle sue varie gradazioni; frassino e felce per il verde chiaro; le foglie di ulivo per il verde scuro; le radici della robbia per il rosso e il ruggine; indaco, rame e aceto per il blu; acini di uva nera per il color vinaccia, il rosa, il grigiorosso, il rossiccio. Dopo aver messo i filati nell’acqua in infusione con tutte le varie erbe e cortecce, facevamo in modo che si fissassero i colori aggiungendo all’acqua di bollitura il sale e la parietaria. Quindi il materiale veniva ordinato in matasse, e così si poteva iniziare la tessitura al telaio.

D: Ma ci sono molte erbe nelle vallate?

R: Sì, e noi le raccogliamo e le portiamo a casa per fare tante cose; anticamente, anche per curare le malattie. E diciamo che “Dio ha dato la malattia e la medicina”.

D: Ma voi stavate dicendo qualcosa sul telaio…

R: Sì, certamente. Noi donne trascorrevamo tutto il giorno nei campi e al telaio. La tessitura e il lavoro nei campi erano le nostre occupazioni principali fin da ragazze. Si lavorava al telaio notte e giorno, ma mai di domenica.

D: Ma perché, perché è il giorno consacrato al Signore?

R: Sì, sì. Ed anche dicevano gli antichi che “i lavori di festa se li portava via la tempesta”, ed ancora “chi semina di domenica, semina grano e raccoglie lenticchia”; perciò non c’era nessuno che lavorasse alla domenica.

D: Perciò tessevate negli altri giorni della settimana. Ricordate qualche antico canto?

R: Sì, ce n’è uno famoso che dice: “Sempre filo, sempre filo, /quanto avevo, tanto ho:/ il lunedì metto in conocchia/il martedì non la tocco/il mercoledì è festa /e il giovedì faccio pani;/il venerdì faccio la pasta /e il sabato rattoppo!”

D: Ma oltre alla fede cristiana, ci sono anche altre credenze popolari?

R: Sì. Al passaggio di un corteo funebre si interrompeva la tessitura, perché si pensava che altrimenti si sarebbero allungate al defunto le pene del distacco; ed anche se c’era in casa un malato grave, in punto di morte, non bisognava continuare a tessere per non accrescergli le sofferenze.

D: E quali sono i disegni che intrecciate nella trama al telaio? Sono antichi?

R: I disegni sono tutti antichi, dei tempi in cui c’erano qui i dominatori di Bisanzio. Noi li abbiamo imparati dalle nostre mamme, nonne e bisnonne e li insegniamo alle nostre figlie, ancora oggi.

I più belli sono il mattunarico, che reca una croce dentro una forma quadrangolare, quadrato o rettangolo; il grecuci, o rosato, che ha quattro petali di rosa racchiusi in un rombo; il fricazzanèddhu, che ha anch’esso i rombi; il biankisano, con le croci. I colori più importanti sono quattro: il rosso, l’azzurro, il verde e il giallo.

Fonte: Artigianato Greco Calabro, Teresa Pietropaolo – Collana Parco Culturale della Calabria Greca

VIDEO ECHI DELLA TRADIZIONE BIZANTINA (IT)

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LocalitaCalabria Greca
Tipo Risorsaartigianato