Musica nella Calabria Greca

Descrizione

Musica 1 - Gallicianò 1 (Med Media)

Pios tragudài to calocèri to chimòna chorègui

Chi canta d’estate d’inverno balla

La musica è compagna di vita dell’uomo. Ne è la sua colonna sonora. Anche nella montagna dei Greci di Calabria ogni occasione è buona per suonare, cantare e ballare, sia durante le incombenze lavorative nei vari periodi dell’anno, sia nei momenti riservati allo svago, sia in ricorrenze religiose e di festeggiamenti civili o strettamente familiari.

Un tempo le lunghe giornate al pascolo e nel duro lavoro dei campi erano addolcite dal suono della zampogna che riempiva le silenziose vallate greco-aspromontane, talvolta accompagnata dal canto. Il suono ed il canto sono stati, da sempre, sin dalle prime forme di vita associata, i migliori antidoti per combattere ed alleviare la fatica e la solitudine dei contadini e, specie, dei pastori.

“Plen glicìo tu cruma tu nerù condà tu pigadìu ene to dicòssu, cerameddhàro, ti scorpìszise ston àero musica palèa ce asciunnàse ste spichè ghiomàte iplo, ciòmeni nostalgia”.

“Più dolce del suono dell’acqua là presso la fonte è il tuo, o zampognaro, che disperdi nell’aria musica antica e risvegli negli animi intorpiditi dal sonno bruciante nostalgia”.

Mùsica palèa – Musica antica da Chimàrri di Salvino Nucera.

Oggi la musica e la danza continuano a rappresentare una risorsa preziosa per gli abitanti dell’area greco-calabra. I canti, i suoni e la danza vengono trasmessi e insegnati ai giovani (familiari e non) che hanno voglia di imparare a cantare, avendo una bella voce, e a suonare, iniziando con i flauti che li prepareranno al suono delle zampogne. Con fatica si sta cercando di preservare i suoni e i canti tradizionali, in un mondo sempre più globalizzato. La passione di alcuni giovani, curata dalla pazienza degli anziani sta mantenendo viva la tradizione.

IL CANTO

“Incominciate, predilette Muse, incominciate il canto pastorale. Questo è Tirsi dell’Etna e soave è il suono della voce di Tirsi”.

1° Idillio “Tirsi o il canto” di Teocrito.

È necessario citare gli Idilli e le Bucoliche di Teocrito di Siracusa, nei quali ci racconta della gara di canto tra un capraio ed un pastore alla presenza di un boscaiolo, in qualità di giudice, per cogliere l’importanza storica di una consuetudine musicale e poetica che si ripeteva, fino a qualche tempo fa, nel territorio greco-aspromontano.

Tra la fine dell’anno vecchio e l’inizio dell’anno nuovo si soleva attendere e trascorrere le ultime ore dell’anno in piazza, in quella antistante la chiesa (la piazza era il luogo aggregante dell’intera comunità nelle ricorrenze più significative, una specie di antica agorà per festeggiare, in un’armonica miscela, il sacro e il profano). Nutrito era il numero dei suonatori presenti che si davano il cambio nella lunga maratona musicale. Lo strumento principe era la zampogna. Allo scoccare della mezzanotte, scandita dalle campane, tutti i presenti si scambiavano gli auguri l’un con l’altro al ritmo della tarantella, sempre più incalzante. Il mastro di ballo, che doveva essere anche un ottimo ballerino, guidava le danze. Faceva ballare, a coppie, i presenti, secondo l’età e la considerazione sociale. Qualora ci fossero stati ospiti di riguardo, questi avrebbero avuto la precedenza. Per tradizione, gli uomini del paese presenti, e il numero aumentava progressivamente lungo il percorso, intraprendevano, dopo essersi radunati numerosi, il giro dell’intero paese. Facevano soste davanti ad ogni abitazione ed un “cantore o poesijiatore” dalla vena poetica facile, possibilmente anche con una bella voce, intonava versi estemporanei al suono dell’organetto o della zampogna e del tamburello rivolti ed adeguati al capofamiglia, quasi sempre, o alla famiglia intera, la quale, tutta o in parte, accoglieva l’allegra compagnia. Si scambiavano gli auguri e ai componenti della compagnia veniva offerto, in segno di buon augurio calopòdi e di gradita ospitalità tipici cibi natalizi, scaldati dalla luce delle lumère lichinària.

L’arte di poesijiare estemporaneamente, così come viene descritta da Teocrito, prendeva forma anche durante le gare canore, che i maestri poesijiaturi intraprendevano in casa o nel bar o nella piazza accompagnati dalle ciarameddhe o dall’arganettu. Inizialmente i partecipanti erano numerosi, ma nel corso della maratona pochi giungevano sino alla fine, quando tra tutti uno solo era il vincitore. Il più bravo, il più creativo, il più capace di intonare ed inventare versi in rima, così, a braccio, corroborato da qualche buon bicchiere di vino rosso.

Il poesijiare e l’improvvisare in versi era in uso anche tra le donne che cantavano spesso in coro durante la mietitura, la vendemmia e la raccolta delle olive, a volte accompagnate dal suono delle cerameddhe. Ad intonare erano le donne con la voce più squillante e potente; le donne che avevano la capacità di mettere insieme versi tradizionali e invenzioni poetiche estemporanee. La loro voce era da guida al coro femminile che in risposta continuava il canto. La loro fantasia musicale si poteva manifestare anche durante le feste di fidanzamento o nei matrimoni. Nelle occasioni pubbliche il canto era concesso solo alle voci maschili.

Come in ogni comunità, anche nell’area greco-aspromontana, il canto veniva utilizzato, quindi, nelle serenate, nei canti d’amore, nei canti di lavoro, di sdegno, di partenza; nelle occasioni festive e religiose, in forma corale ed individuale, di uomini e di donne.

Molto particolari sono i canti a zampogna, tra questi, Oli mu lego (Link Audio).

Oli mu lego

Oli mu legu: traguda, traguda!

Ce emmèna em mu vjènni asce cardia.

Na tragudiu ta calà garzugna,

Cini ti vjennu a spasso ti vradia.

Olo mu legu: Mavri micceddhugna!

Emìse, èhome, emi i ponocardia.

Altro brano è il canto d’amore tradizionale Ela, elamu condà (Link Audio), i cui versi sono stati scritti da Mastr’Angelo Maesano di Roghudi e la musica composta da Fausto Petronio di Bova Marina. Questo canto è considerato, da molti, l’inno della Bovesia.

 

Ela, elamu condà

Esù miccèddha ti isso àndin oscìa

C’egò pedì ti immo àndon jalò

Arte ti ejenàstisse megàli

Egò thelo na se prandefthò.

 

Ela, elamu condà

Ti egò imme manachò.

 

O potamò èrchete àndin oscìa

Ce catevènni catu ston jalò

Ciòla t’aspària ti ene dispamèna

Èrchondo ce pìnnu to glicìo nerò.

 

San èrchete o mina tu majìu

Olos o cosmo fènete chlorò

Ce tragudùsi ola ta puddhìa

Jatì amènu ton calòn kerò.

 

San i szoì dikìma ene palèa

Paracalùme panda ton Christò;

den thelo de na fao ce den na pio

na ciumithò methèsu manachò.

 

Traduzione

Tu fanciulla che (pro)vieni dalla montagna

Ed io ragazzo che sono della marina

Ora che sei diventata grande

Io voglio (vorrei) sposarti.

 

Vieni, vienimi vicino

Che io mi sento solo.

 

Il fiume ha origine dai monti

E scende giù in marina

Anche i pesci che sono assetati

Vengono a bere la dolce acqua.

 

Quando giunge il mese di maggio

Tutto il mondo diventa verdeggiante

E cantano tutti gli uccelli

Perché aspettano il bel tempo.

Quando la nostra vita è al termine

Pregheremo sempre il Signore;

non voglio né mangiare né bere

giacere soltanto accanto a te.

Terzo brano è Oh ìgghio cheràmeno (Link Audio), canto a tarantella scritto e composto dalla cantastorie calabrese Francesca Prestia sui versi del poeta grecanico Salvino Nucera.

Oh ìgghio cheràmeno

Oh, ìgghio cheràmeno

Me ta sìnnofa sto vradi.

Oh, ìgghio cheràmeno

Me ta sìnnofa sto vradi.

Pèszise na ta vàfise

Mavra, cìtrina, rusa.

Pèszise na ta vàfise

Mavra, cìtrina, rusa.

 

Catu, i thàlassa

canunài anàscila.

Catu, i thàlassa

canunài… to chorìomu!

 

Sta pòdia tu Asprumunti

to chorìomu, chorìomu.

Sta pòdia tu Asprumunti

to chorìomu, chorìomu.

Spitàcia catharà,

dromùcia stenà.

 

Mavri àthropi.

Mavri àthropi.

Me megàle cardìe!

Me megàle cardìe!

 

Traduzione

Oh, sole felice

con le nuvole della sera

Oh sole felice

con le nuvole della sera

Giochi a colorarle

di nero, giallo, rosso.

Giochi a colorarle

di nero, giallo, rosso.

 

In basso, il mare

osserva supino.

In basso il mare

osserva… il mio paese.

 

Ai piedi dell’Aspromonte,

il mio paese, il mio paese!

Ai piedi dell’Aspromonte,

il mio paese, il mio paese!

Linde casette.

Viottoli stretti.

 

Gente umile.

Gente umile.

Con cuori grandi.

Con cuori grandi!

 

Fonte

Booklet Collana Editoriale del Parco Culturale della Calabria Greca – Sezione Musica e Danza.  A cura di Domenico Morello, Salvino Nucera, Francesca Prestia.

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LocalitaBorgo di Galliciano’
Tipo RisorsaMusica e Danza