Museo dei Santi Italo-Greci di Staiti

Descrizione

Arte Sacra - Iconografia 3 (Enzo Galluccio)

L’Aspromonte mistico: paesaggi dello spirito

Giuseppe Bombino, Presidente del Parco Nazionale dell’Aspromonte

Edificare la memoria del territorio attraverso il recupero delle immagini e della sua umanità, attribuisce valore al tempo che viviamo e definisce l’irrinunciabile necessità di ristabilire quel prezioso legame con la storia e con la nostra identità. Più volte, infatti, rimanemmo come smarriti tra le omissioni della storiografia ufficiale e le distanze che noi stessi, talvolta, abbiamo volutamente posto e comunicato. Come se il silenzio degli uomini non fosse l’arma più feroce contro la dignità e l’identità dei popoli e dei loro territori. Così l’oblio, la calunnia e l’infamia consumati da alcuni uomini che tradirono la Santità e la Bellezza di luoghi e cose, che ancora oggi agitano storia, fede e vita.

Il Museo dei Santi Italo-Greci di Staiti è la pregevole opera realizzata attraverso la collaborazione e la proficua interazione tra Istituzioni e Associazioni. Il Museo trattiene ed esprime la densa e numerosa presenza dei Santi che hanno vissuto e scelto il nostro territorio come eremo dal quale elevare la preghiera e innalzare lo spirito, e dal quale si sarebbero poi diffusi l’orazione ed il culto.

Il Museo vuole essere il completamento di un percorso che lascia traccia di se e dei suoi passaggi, che porta alla comprensione ed alla ulteriore testimonianza scritta e dunque narrata di una vicenda mistica eppur carnale di una umanità che si lascia guardare nell’esempio di spiritualità e devozione. Le Icone esposte nel Museo ci raccontano frammenti di quell’epoca in cui l’incontro con Dio si astrasse dal tutto e si celebrò nell’essenzialità dell’incontaminata e aspra natura che si fece tenera e dolce nel sacrificio e nell’umiltà dei suoi Santi.

Occorre, dunque, recuperare questi valori, unitamente allo spirito e alla spiritualità dei luoghi per scrivere una nuova narrazione del territorio e dell’Aspromonte. Bisogna operare nel senso del bello e del giusto, indagare tra gli strati più profondi della memoria, cercare tra le icone e i ritratti il cammino di chi segnò il sentiero prima di noi, conservare e nutrire il nostro territorio perché non rimanga ancora sconosciuto ai suoi stessi figli

Alla riscoperta di un’identità

Pino Putortì, Vice Presidente Associazione Archigramma

Da tempo ormai ci siamo messi sulle tracce del nostro passato, non per nostalgica rievocazione, ma per riattualizzarne i valori. Lungi da facili retoriche, abbiamo voluto recuperare, laddove possibile, antiche “esperienze” alla riscoperta di un’identità, la nostra, lasciata alla mercè della storia nell’indifferenza di istituzioni spesso disattente. Ci siamo trovati, invero troppe volte, a contatto con uomini o luoghi i cui “nomi”, svuotati dell’essenza antropologica e culturale, apparivano mere attribuzioni formali. Abbiamo così voluto recuperare il senso di quei nomi e toponimi, riportando alla luce Immagini di donne e uomini, i Santi greci di Calabria e Sicilia, le cui anime ne costituivano fonte e radice, ma divenute, purtroppo, “ombre della storia”, visibili nella forma ma invisibili allo spirito.

Lungo tale ricerca abbiamo avuto la fortuna di incontrare uomini delle nostre istituzioni attenti a tali questioni, i Presidenti del Parco Nazionale Aspromonte, Leo Autelitano e Giuseppe Bombino, i Sindaci del Comune di Staiti, Vincenzo Ielo e Antonio Domenico Principato, quest’ultimo in particolare per la sua appassionata attenzione, e, infine, in special modo, Filippo Paino, Presidente del GAL dell’Area Grecanica, e Salvatore Orlando, ineguagliabile esperto. È stato possibile, grazie al loro aiuto, istituire in Staiti il Museo dei Santi Italo-greci, unico in Calabria, che oggi ospita 22 icone di quei grandi Santi venerati in Calabria, realizzate da un abile e scrupoloso iconografo. Il catalogo delle opere, reso possibile dal contributo del GAL Area Grecanica rappresenta un primo “scrigno” spirituale in cui riporre il nostro cuore e la nostra memoria.

“Δοῦλοι ἀχρεῖοί ἐσμεν, ὃ ὠφείλομεν ποιῆσαι πεποιήκαμεν.  Siamo servi inutili, abbiamo fatto ciò che utile fare”.

(Lc 17, 10)

Sono convinto che niente nella nostra vita è dovuto al caso, ma che tutto che ci capita è, in qualche modo, riconducibile al disegno che il buon Dio ha per ognuno degli inutili servi suoi. Quando cinque anni or sono gli amici della parrocchia ortodossa di S. Paolo di Reggio Calabria e dell’Associazione culturale “Archigramma” mi proposero di eseguire una serie di icone per il futuro Museo dei santi italo-greci di Staiti, io accettai subito e con grande gioia nel cuore. Un progetto unico nel suo genere, che in seguito si sarebbe rivelato una vera scoperta per me: la scoperta del meraviglioso mondo della santità autoctona, profondamente radicata attraverso i secoli nella grande civiltà di un’estesa area conosciuta sotto il nome della Μεγάλη Ἑλλάς, che comprendeva, oltre alla parte meridionale della penisola appenninica, anche la Sicilia. A me, russo trapiantato in questa terra che conobbe un lungo periodo di splendore, piace chiamarla proprio così e non Magna Grecia, nome datole successivamente dalla tradizione latina. D’altronde, è risaputo che storicamente gli artisti russi, fossero essi dediti all’arte sacra o a quella profana, hanno sempre avuto un debole per il mondo ellenico.

E’ con questa particolare venerazione, dunque, che mi accinsi al mio lavoro. Una volta approvato, di comune accordo tra le parti interessate al progetto, l’elenco dei santi che andavano raffigurati su 22 tavole, mi diedi alla ricerca delle fonti iconografiche di riferimento. La metà delle vite dei santi sono legate alla terra calabra, l’altra metà a quella sicula, ad esclusione di san Nicola il Kyrieleison, greco di nascita, che svolse il proprio operato nel territorio compreso tra la Lucania e la Puglia. A partire dall’elaborazione dei disegni preparatori, un iconografo non si fa guidare dalla fantasia o dal suo estro creativo, ma si rifà ai modelli elaborati dai grandi maestri del passato e consolidati dalla Tradizione della Chiesa.

Fortunatamente per me, il culto di alcuni santi del mio elenco era diffuso ben oltre la Sicilia e la Calabria o lo stesso Impero Romano d’Oriente: erano da secoli veneratissimi tra le popolazioni slave, in Russia e nei Balcani. E’ il caso di Gregorio di Agrigento, Leone di Catania, Pancrazio di Taormina, Lucia di Siracusa, Agata di Catania, Nilo di Rossano, Fantino il Nuovo e Niceforo l’Esicasta. Per la raffigurazione di questi santi mi ero servito di alcuni codici miniati, compendi o manuali di iconografia, e degli antichi affreschi, mosaici e icone. Ad esempio, per i disegni preparatori di santa Lucia e di sant’Agata mi fu molto utile lo stupendo Menologio di Basilio II del X secolo conservato alla Biblioteca Vaticana, per quelli di san Nilo e di san Pancrazio gli affreschi del XIV secolo, rispettivamente, della chiesa del monastero di Staro Nagoričane in Macedonia e di San Nicola Orphanos di Tessalonica.

In molti casi dovetti desumere cenni iconografici direttamente dalle fonti agiografiche, e precisamente dai testi delle Vite dei santi. Per farne solo un esempio, il Bios di san Fantino il Cavallaro lo descrive come “un giovane, alto, dai capelli neri, molto bello […] che indossava un mantello di lana leggera e i sandali ai piedi”. Certe volte – come per san Filippo il Cacciaspiriti, sant’Elia lo Speleota, san Giovanni il Mietitore, san Luca il Grammatico e altri – avevo considerato l’iconografia piuttosto recente, specialmente quando vi erano icone o affreschi di un tale santo a cui i fedeli si erano già da tempo abituati. Delle sembianze di certi santi, invece, non sussistevano descrizioni di nessun genere. In tali casi mi ero basato sulle generalità caratterizzanti: età, posizione occupata (vescovo, monaco, laico), attributi specifici.

Accade spesso nell’iconografia che i santi vengano accompagnati da particolari attributi: così come vengono rappresentati nelle icone, gli oggetti tenuti nelle mani, in generale, sono degli “strumenti di salvezza” dei santi, attraverso i quali essi furono glorificati da Dio.

La croce può essere un simbolo di martirio, come per sant’Agata e per i martiri di Lentini Alfio, Filadelfo e Quirino; può altresì indicare il sacrificio della propria vita per gli altri, come per i santi Elia lo Speleota, padre spirituale di una moltitudine di monaci, e Giovanni il Mietitore, il cui monastero si è conservato fino ad oggi, nei pressi di Bivongi in provincia di Reggio; oppure può anche riferirsi a un’importante opera evangelizzatrice portata avanti dal santo, come per san Nicola il Kyrieleison, il grande predicatore delle Puglie che, tra l’altro, è da annoverarsi tra i santi martiri, in quanto vittima delle persecuzioni di alcuni membri del clero latino.

Il rotolo di pergamena indica, abitualmente, la sapienza, e per questo accompagna di frequente le raffigurazioni dei profeti, degli apostoli e degli evangelisti. Tuttavia, anche altri santi possono essere raffigurati in possesso di rotoli se sono noti per particolari visioni, rivelazioni o profezie. Le pergamene in mano a san Nilo di Rossano e a san Luca il Grammatico servono inoltre a ricordare la loro opera letteraria: furono infatti autori di tutta una serie di manoscritti, di cui alcuni codici sono pervenuti fino a noi. Quando i rotoli nelle icone sono aperti, mostrano, di solito, delle citazioni dagli scritti dei santi o dei loro detti famosi. Nel caso di sant’Agata, la frase scritta in greco si riferisce ad un episodio narrato nella Vita della santa, quando alle sue esequie apparve uno splendido giovane alato, il quale depose nella tomba una lamina che recava un’arcana scritta in lingua greca, di cui la parte iniziale è riportata nella nostra icona. Per intero la scritta diceva: “Anima beata, libera nel volere, onore da parte di Dio, liberazione della patria”. Il significato delle ultime parole dell’angelico messaggio si rese chiaro quando, nel primo anniversario del martirio di sant’Agata, l’Etna in eruzione risparmiò Catania grazie all’intercessione della santa. Il rotolo spiegato di sant’Elia lo Speleota reca le parole di Gesù tratte dai Vangeli: “Se qualcuno vuol venire dietro di me, rinneghi se stesso e prenda la sua croce…”. Questa frase compare di frequente sui rotoli che hanno i monaci nelle icone antiche. Le pergamene dei santi non vanno, però, confuse con il chirografo che Gesù tiene in mano in alcune icone e che rappresenta la lista dei peccati dell’umanità intera, cancellati tramite l’opera redentrice di Cristo.

I gerarchi della Chiesa reggono nelle icone la loro principale arma di salvezza: il libro dei Vangeli, da cui durante la liturgia viene proclamata ai fedeli la Buona Novella. Nelle nostre icone il Vangelo è in mano ai santi vescovi Socrate di Reggio, Gregorio di Agrigento, Leone di Catania e Luca il Grammatico. Va notato che il libro dei Vangeli è tenuto con grande riverenza, al punto che la mano che lo tiene è spesso ricoperta da una stoffa o dai paramenti sacri.

Il bastone pastorale in mano a san Nilo di Rossano, molto semplice, a forma della lettera greca tau, che simboleggia la vita, la croce e la risurrezione di Cristo, indica l’autorità dell’igumeno (abate): san Nilo fu infatti il fondatore di tanti monasteri. I santi fondatori delle chiese e dei monasteri venivano spesso raffigurati con una piccola chiesa o un piccolo monastero in mano: sant’Elia il Nuovo ha come attributo il Katholikón del monastero da lui fondato nei pressi dell’odierna Seminara in provincia di Reggio Calabria; santo Stefano di Nicea, il primo vescovo reggino, ordinato dall’apostolo Paolo in persona, solleva una chiesetta, simbolo della Chiesa di Reggio che a diritto può vantare l’antica origine apostolica.

Molti santi vengono raffigurati con degli attributi della loro attività professionale. San Cipriano di Reggio fu un monaco sacerdote, ma anche medico di professione che gratuitamente curava la gente: la cassetta con i medicinali vuole ricordare questo fatto della sua vita. Il ramoscello in mano a san Filareto l’Ortolano indica la sua occupazione di giardiniere monastico. Gli strumenti da amanuense del vescovo Luca – calamaio, penna e raschietto – ricordano la predilezione per questo tipo di attività del nostro prelato sì letterato da essersi procurato l’appellativo di Grammatico. Con il suo attributo, un falcetto, san Giovanni il Mietitore riuscì un giorno a mietere in un attimo un gran campo di grano minacciato dalla tempesta. Con il suo frustino, che poi era realmente uno strumento di lavoro, san Fantino il Cavallaro, che era poverissimo e pascolava i cavalli di un tizio di Taureana, compì numerosi prodigi, aiutando persone che erano ancora più povere di lui. Infine, san Leo di Africo, incidendo i tronchi dei pini odorosi di montagna, ne ricavava la resina, che, una volta essiccata, trasformava in lumi, per poi venderli e distribuire alla gente bisognosa i soldi ricavati: l’icona del santo lo rappresenta con della pece in mano e l’accetta appoggiata ad un albero.

Dal punto di vista tecnico, le icone si eseguono su tavole di legno, utilizzando pigmenti naturali. A grandi linee, il procedimento è il seguente. Prima di tutto le tavole vanno preparate: sul lato destinano ad accogliere la pittura si incolla una tela sottile di lino. Viene usata una colla di origine animale, di pesce o di coniglio. Poi alla stessa colla si aggiunge il gesso per doratore e si stendono diversi strati sottilissimi di gesso mescolato con la colla, direttamente sulla tela. Una volta asciugato, il tutto viene smerigliato, ottenendo in questo modo un perfetto supporto per la doratura e per la pittura. A questo punto, il disegno preparatorio viene trasferito sulla superficie pretrattata. Prima di iniziare a dipingere, si applica l’oro sulle parti da dorare. L’oro, una volta applicato, viene brunito con la pietra d’agata. Si procede stendendo diversi strati di pittura, uno sull’altro. Per i pigmenti, prevalentemente in polvere, si adopera il legante all’uovo: rosso d’uovo diluito con acqua demineralizzata e un tocco di aceto di vino bianco. Vengono usati per la pittura pennelli di scoiattolo, morbidissimi, e quelli di martora. Dopo aver terminato un’icona, si lasciano passare circa venti-trenta giorni, affinché i vari strati di pittura si asciughino bene. Per concludere il lavoro bisogna stendere sulla superficie pittorica una vernice naturale protettiva e trasparente: a tale scopo viene adoperata la gommalacca decerata. Chiaramente, questa descrizione delle tecniche di esecuzione delle icone, alquanto sintetica, serve solamente a rendere l’idea della complessità del lavoro.

L’iconografo esegue il proprio lavoro attenendosi puntualmente alle prescrizioni della tradizione iconica, elaborata nel corso dei secoli e approvata dalla Chiesa. Nell’arte iconografica tutto è simbolico, niente è casuale. Anche la scelta dei colori stessi – rosso, azzurro, giallo, bianco e così via – non mira, come nella pittura laica, a costruire una dimensione realistica, ma a riuscire a sfiorare il trascendente. A chi le contempla, le icone annunciano la santità e la gloria del mondo intellegibile, ma anche l’umanità trasfigurata, specialmente attraverso le icone dei santi che, da esseri comuni come noi, sono stati da Dio elevati alla santità, cosa a cui, in fondo, ogni cristiano è chiamato. La Chiesa ci insegna che le icone non sono delle opere pittoriche personalizzate dovute al lavoro di un determinato artista (per questo non dovrebbero essere mai firmate), ma una sorta di creazione sovramondana, nella cui realizzazione lo Spirito quasi fa muovere il pennello nella mano dell’iconografo. Per questo motivo è fondamentale il ruolo della preghiera personale che l’iconografo recita quotidianamente, mentre si accinge a lavorare sull’icona. L’icona è stata mirabilmente definita dai teologi “immagine visibile dell’invisibile”. Al suo valore estetico e artistico – valore che essa deve, fuor di dubbio, possedere, perché ogni immagine sacra deve essere, comunque, bella – l’icona aggiunge un’altra dimensione, quella spirituale.

La collezione del Museo dei santi italo-greci è destinata a durare non soltanto negli anni, ma addirittura nei secoli. Ne è garante proprio l’antica tecnica di esecuzione, sperimentata con successo da una pleiade di maestri iconografi del passato. In questo modo, anche le future generazioni dei Greci di Calabria potranno mantenere sempre viva la memoria dei santi Padri, protagonisti del glorioso passato di questa grande terra. Me lo auguro, lodando e glorificando il Signore Gesù Cristo, l’unico vero artefice e promotore delle nostre umili opere.

Sergej Tikhonov, Autore delle icone

Ringraziamenti

Per la realizzazione del Museo si ringraziano: il Parco Nazionale dell’Aspromonte che, in collaborazione con l’Amministrazione Comunale di Staiti, ha fortemente voluto realizzare queste meravigliose opere affidando l’incarico all’Associazione Culturale “Archigramma”; il maestro iconografo Sergej Tikhonov autore delle opere; il GAL Area Grecanica, che ha finanziato l’allestimento e curato questa pubblicazione; il Prof. Eligio Daniele Castrizio e quanti lo hanno coadiuvato nell’opera di ricerca storica e nella stesura dei Bios. Gli Artigiani che hanno realizzato l’allestimento (Teche e illuminazione).

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LocalitaStaiti
Tipo RisorsaMusei
latitudine37.9998856
longitudine16.032176899999968

Come Raggiungerla

Da Reggio Calabria proseguire sulla SS 106 in direzione di Brancaleone Marina. Una volta giunti a Brancaleone Marina seguire la segnaletica che porta al borgo di Staiti. Il Museo dei Santi Italo-Greci lo troverete nel centralissimo Palazzo Cordova - ex carcere di Staiti.

Contatti

Per informazioni rivolgersi al Comune di Staiti - Tel. 0964/941164

Orario Apertura

Per visitare il Museo è gradito appuntamento chiamando lo 0964/941164

Costo del biglietto

L'ingresso è gratuito.

Mappa