Chiesa di San Leo

Descrizione

Bova - Santuario San Leo-Collage 1

San Leo nacque a Bova tra l’XI e il XII secolo.

La Chiesa di S. Leo venne costruita alla fine del XVIII secolo sui ruderi di una struttura precedente. Vi è al suo interno la cappella delle reliquie. Di queste, a Bova si trovano le ossa della mano, dei piedi e del teschio. Un’altra parte di reliquie è stata trasportata ad Africo durante l’alluvione che colpì Bova nel 1951.

La chiesa ha una sola navata con cappelle laterali e preziosi stucchi ottocenteschi alle pareti.

Opere d’arte principali

La scultura in marmo di S. Leo, del santuario omonimo di Bova, rappresenta la più antica immagine del santo pervenutaci. La statua marmorea, posta sull’altare maggiore, raffigura il santo con una folta barba e capelli ricciuti mentre sostiene nella mano sinistra un’ascia e nella restante una palle di pece. Tuttavia a dispetto di quanto tramandano le fonti, non indossa il tradizionale abito basiliano, bensì una tunica munita di pazienza pendente fin sotto ai piedi, tipica di alcuni ordini monastici occidentali. Secondo Giorgio Leone, la traslitterazione di costume presente nell’iconografia di S. Leo, è da rapportare alla riforma della congregazione di San Basilio voluta nel 1578 Gregorio XIII, il quale contribuì a dare all’antico “ordine” orientale un nuova immagine improntata proprio su quella dei Benedettini. La presenza della pazienza (una sorta di stola) si riscontra anche nei rilievi dello scannello sottostante, illustranti due episodi della vita del santo, di non facile identificazione ma certamente di fondamentale importanza per la ricostruzione iconografica di questa poca nota figura italo-greca. Nella scena a sinistra S. Leo è di fronte ad un uomo genuflesso con in mano un bastone, forse il pastore che assistette al miracolo della sua bisaccia. Diversamente l’episodio a fianco, in cui il monaco appare ai piedi di un letto su cui giace un infermo con le braccia incrociate sul petto, potrebbe riferirsi ad una delle tante guarigioni miracolose che contribuirono a qualificare il santo come taumaturgo. Sullo scannello una iscrizione ricorda quali committenti l’arcivescovo di Reggio, Gaspare del Fosso, il vescovo della diocesi bovese, Marcello Franco, e i coevi sindaci del borgo, di cui purtroppo è decifrabile solo il nome di Nicodemo Alagna. Di seguito è riportata la data, 3 MAII (Maggio) 1582. L’opera è stata assegnata a Rinaldo Bonanno, artista, formatosi a Firenze con il Montanini e trasferitosi nel 1564 a Messina, dove collaborò con il Camalech. Diverso il parere di una frangia della critica che invece ritiene la scultura una collaborazione tra il Bonanno e Pietro Bernini, mentre ancora di recente non mancano ipotesi che riconoscono nell’opera bovese la mano di Michelangelo Naccherino (Firenze, 6 marzo 1550 – Napoli, febbraio 1622).

Secondo Giuseppe Fozzi, (1668) il busto reliquario di S. Leo, del santuario omonimo di Bova, in provincia di Reggio Calabria, fu commissionato dall’arcivescovo di Reggio Calabria Annibale D’afflitto (1593-1638).

Il manufatto in argento è posto in una nicchia chiusa da una cancellata in ferro battuto, realizzata probabilmente in concomitanza ai lavori di abbellimento della cosiddetta Cappella della Reliquie, eseguita a partire dal 1730 per volere di Antonino Marzano, procuratore della cattedrale di Bova, nonché fratello di Domenico Marzano, vescovo della stessa diocesi dal 1735 al 1752.

Grazie all’individuazione del bollo di garanzia impresso nel busto sappiamo che fu realizzata a Messina nel 1635, probabilmente per mano di Santo Casella o di un membro della famiglia degli argentieri dei Corallo o dei Campagna. L’inedita configurazione del reliquiario, rappresentato a tre quarti di figura in posizione frontale, si inserisce nel panorama della produzione argentiera in Calabria con una soluzione innovativa, a metà strada tra i tradizionali modelli cinquecenteschi a mezzo busto e i più tardi esemplari a figura intera tipici del Settecento. Tuttavia l’opera è da considerare come una delle testimonianze artistiche più significative della Calabria italo-greca, in quanto sembra documentare il persistere di committenze e argentieri, ancora capaci di interpretare soluzioni formali di tradizione bizantina. Conformemente alla tradizione iconografica, S. Leo è raffigurato mentre sostiene nella mano destra una scure argentea (aggiunta nella metà del Settecento) e nella sinistra una palla di stoffa intrisa di pece. Il santo indossa una tunica impreziosita da una decorazione a rosette di dimensioni diverse, messe in risalto da una fitta puntinatura riecheggiante la trama del saio. L’abito, raccolto in vita da una cintola, è nascosto in parte da una pazienza ornata con un motivo a racemi d’acanto stilizzati, inclusi all’interno di una cornice lineare che corre lungo i bordi. Al centro del tessuto, che cade rigidamente coprendo interamente il petto e le spalle, il formulario ornamentale è riproposto a modi di ricamo in forme più complesse, alludenti un monile terminante con un medaglione. Un alto colletto dal bordo rivoltato, chiuso al centro da due bottoni, avvolge il lungo collo del santo secondo una foggia tardo cinquecentesca, riscontrabile in molti monumenti funerari della regione. Un simile sistema d’aggancio ancora la scultura all’urna sottostante, anch’essa in argento sbalzato e dalla forma di doppio tronco di piramide rovesciata. La cassa è composta da due coppie di spioventi di dimensioni diverse, al centro del quale della aperture ovali ospitanti lastre vitree, consentono la visione delle reliquie. Riquadrate da una cornice a fascia, ogni singola formella è decorata con una puntinatura, che fa da sfondo ad aggettanti girali di acanto, i quali si dipanano simmetricamente ai lati. In ogni singola lastra, il motivo floreale racchiude nella parte superiore uno stemma sovrastato da una corona e caricato al centro da una croce posta in senso obliquo. In basso sulla cornice è invece riportata la data 1855 e il nome Antonio Marzano, il quale commissionò l’opera probabilmente come un ex voto per essere stato graziato dai Borboni per la sua partecipazione ai moti del ’48. Risale al 1859 la vara lignea composta da quattro angeli che supportano una corona, commissionata nel napoletano da Giuseppe Autelitano, teologo della Cattedrale di Bova, prima di diventare vescovo di Nusco, in provincia di Avellino.

Il 5 Maggio, giorno di festa ufficiale, dopo che il Vescovo amministra il Sacramento della Cresima, il Santo viene portato in spalla sull’imponente “vara” per le vie del centro storico.

Descrizione delle opere a cura di Pasquale Faenza.

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LocalitaBova
Tipo Risorsachiese
latitudine37.9951517
longitudine15.928891199999953

Come Raggiungerla

Da Reggio Calabria, percorrere la SS106, raggiungere in direzione Sud l'abitato di Bova Marina ed imboccare la strada che conduce a Bova.

Contatti

Comune di Bova - www.comune.bova.rc.it

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